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Le regioni più fredde della Terra, due delicati ecosistemi, risentono
maggiormente dei grandi cambiamenti climatici e ambientali che stanno
modificando il nostro Pianeta, mettendo a rischio la vita in aree bio-geografiche
e politiche fragili quali le zone circumpolari.
Tra le terre estreme e più difficili da raggiungere,
esse sono rimaste a lungo incontaminate e preservate dall’azione
nefasta dell’uomo moderno. Esse sono state le prime a dare
dei segnali allarmanti sulle variazioni del clima e dell’ambiente
e, oggi, sono riconosciute come l’ago della bilancia del cambiamento
climatico. Negli ultimi anni, poi, su di esse si è concentrata
l’attenzione delle potenze economiche bramose di sfruttarne
le grandi ricchezze minerali presenti nel sottosuolo.
L’allarme che parte dal mondo scientifico è dovuto
al modo repentino con cui i fenomeni si stanno manifestando: non
siamo in presenza di cicli naturali del Pianeta, ma presumibilmente
di effetti nefasti causati dall’attività umana, le cui
conseguenze dureranno per molto tempo.
Nell’Artico, popoli con culture millenarie
e vita animale si incrociano e si scontrano con azioni e operazioni
- nemmeno tanto dissimulate - volte a ottenere sui territori da essi
abitati prelazioni e privilegi. Il rispetto dell’ambiente rimane
di fatto una possibile opzione, ma non esiste un protocollo internazionale
che tuteli queste aree.
Nell’Antartico la situazione è molto
diversa. Apparentemente la calotta antartica è ancora “vergine”,
ufficialmente vi si svolge soltanto ricerca scientifica e un Trattato
Internazionale vigila sulle operazioni in corso, ma solo fino al
2059.
Apparentemente ambedue le aree circumpolari hanno
una vita a sé ed i Paesi della fascia temperata del globo
non paiono subire conseguenze riconducibili a relazioni di interdipendenza
o di causa-effetto con la situazione presente ai Poli.
Ma è solo un’illusione, una forma di
inconsapevolezza.
In realtà ciò che accade tra i due
Circoli Polari e i Poli ricade sulle aree temperate. E’ solo
questione di tempo. La fusione dei ghiacci, l’innalzamento
dei livelli degli oceani, il buco nell’ozono, l’estinzione
di popoli autoctoni e di numerose specie di fauna e flora artica
sono soltanto i più evidenti e i più popolari fenomeni
da cui l’opinione pubblica viene ogni tanto lambita.
Lambita, appunto, e non scossa.
L’opinione pubblica ha bisogno di una terapia
d’urto per non dimenticare e, se possibile, per vigilare meglio.
Un Anno Polare Internazionale ogni 50 anni - l’ultimo appena
concluso e con scarsa visibilità mediatica - non è sufficiente
per tenere viva l’attenzione. Servono costanza e strategie.
La proposta è di:
• esortare i Governi mondiali ad attivarsi quanto prima con azioni concrete
a favore della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra ed a limitare
il consumo incontrollato delle risorse del Pianeta;
• sostenere la comunità scientifica internazionale nel lavoro di
ricerca sui Poli;
• stimolare le Amministrazioni Pubbliche (Biblioteche, Scuole, Comuni ecc.),
a proporre periodicamente eventi culturali, scientifici, workshop e produzioni
editoriali nei loro piani programmatici: mostre, conferenze, interventi di lavoro
con gli studenti possono rendere Artide e Antartide più familiari, meno “gelide”,
più presenti nei pensieri di tutti i giorni, meno indifferenti, meno lontane;
• promuovere a tutti i livelli istituzionali attività di comunicazione
volte a informare sui rischi connessi al mantenimento dello status quo;
• ascoltare la voce dei popoli artici, che sono stati tra i primi a subire
gli effetti negativi dei cambiamenti climatici ed a denunciare la gravità della
situazione;
• invitare tutti i cittadini del mondo ad essere quotidianamente consapevoli
che proprio dalle azioni semplici e quotidiane si può iniziare a migliorare
il futuro che lasceremo in eredità ai nostri figli.
Bergamo / Torino 01 dicembre 2009 Ada Grilli, Giornalista
Gabriella A. Massa, Archeologa Inuitologa
Per informazioni: hhttp://ilmanifestoperipoli.wordpress.com
manifestoperipoli@gmail.com
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